Il potere sottile di Zhang Ziyi

giugno 14, 2010


Negli ultimi mesi il “soft power” cinese è argomento di articoli, studi, discussioni, libri… Ne parliamo anche su Cineresie.info con una serie di conversazioni sul “modello cinese”.

Il punto, più o meno è questo: se la Cina vorrà davvero imporsi a livello globale dovrà essere in grado di esercitare quel potere sottile e intangibile rappresentato da “cultura, valori e istituzioni della politica”. Per essere influenti bisogna essere sexy, rispettabili, interessanti, unici.

Non è esattamente l’immagine dei cinesi nel mondo attualmente. La strada è ancora lunga e piena di ostacoli, ma il lavoro in RPC  è già iniziato. I prossimi 10-15 anni saranno stimolanti da questo punto di vista. Personalmente, nell’attesa di approdare a conclusioni definitive sulla questione, sottoscrivo l’opinione espressa da Will Moss e che ho sentito riportata in uno degli ultimi Sinica Podcast curati da Kaiser Kuo:

Zhang Ziyi: that’s soft power!

Abbasso il gaokao

giugno 8, 2010

Ai tre milioni di studenti che non passeranno l’esame di accesso all’università dico soltanto una cosa: io ho studiato fino alla quarta elementare!

Zheng Yuanjie, il re delle fiabe (tonghua dawang) è uno degli scrittori cinesi di maggior successo.  “Il re delle fiabe” è anche il nome del mensile che ha fondato nel 1985 e che ospita i suoi personaggi e le sue storie per bambini. Zheng è noto per la sua posizione estremamente critica nei confronti del sistema scolastico cinese, tanto da decidere di educare privatamente in casa il proprio figlio dopo le scuole elementari. Da qualche giorno Zheng è anche ufficialmente uno “scrittore fuori dal sistema” dal momento che sono state accettate le sue dimissioni dall’Associazione nazionale degli scrittori cinesi presentate in aprile.

Nel primo giorno di esami del gaokao (il test che da accesso alle università cinesi) lo scrittore ha voluto lanciare dal suo blog questo messaggio a tutti gli studenti cinesi che non passeranno l’esame e dovranno riorganizzare i loro piani per il futuro.

Ne ho scritto ieri su Cineresie.info: “Tempo di esami per gli studenti cinesi“.

Non dire piazza…

giugno 4, 2010

Finalmente qualcuno si è deciso a bloccare Foursquare. Peccato che accada in Cina e nel giorno del 21esimo anniversario di quella piazza famosa. Pare che un po’ di gente (circa 400) stesse cominciando a radunarsi da quelle parti.

(via mmdays.com , leggi anche Gady Epstein su Forbes)

Wan Yanhai lascia la Cina

maggio 10, 2010

Wan Yanhai, attivista nella lotta all’AIDS, ha lasciato la Cina e rimarrà negli Stati Uniti con la sua famiglia. Troppe pressioni e intimidazioni da ambienti governativi l’hanno portato a questa decisione. Molti hanno espresso solidarietà su twitter. Altri l’hanno accusato di abbandonare la lotta per cercare rifugio fra braccia straniere. Zeng Jinyan, moglie di Hu Jia – altro attivista anti AIDS in carcere dal 2008 – oggi salutava in questo modo (@zengjinyan)

Ho appena saputo che Wan Yanhai è andato in esilio negli Stati Uniti con tutta la famiglia, sono scioccata. Ho subito provato a chiamare lui e sua moglie, ma niente da fare. Piango, il volto mi si è riempito di lacrime. Da un lato auguro loro tutta la felicità e la libertà possibili, dall’altro sento che è proprio difficile da accettare.

Ivan Franceschini, su Cineresie.info, racconta come sono andati i fatti.

Cineresie

maggio 2, 2010

Dopo lunga gestazione nasce finalmente Cineresie (cineresie.info).

Con due cari amici blogger e ricercatori (Ivan Franceschini e Gianluigi Negro) abbiamo deciso di unire le forze e dare il nostro contributo nel proporre “nuove prospettive sulla Cina contemporanea”. Parte così da oggi l’avventura di Cineresie.

“Caracina” rimane, probabilmente diventerà più un quaderno d’appunti e il grosso del lavoro, per me, verrà indirizzato verso il nuovo progetto che speriamo crescerà nel tempo e si aprirà a nuovi contributi per raccontare la Cina come piace a noi. Come piace a noi? Lo abbiamo spiegato in breve nella presentazione del sito che incollo di seguito. Siamo anche su facebook e twitter.

Cineresie nasce nel maggio del 2010 come sito d’informazione e analisi sulla società cinese contemporanea.  Le “cineserie” sono ninnoli cinesi o imitazioni di originali cinesi, un tipo di prodotto particolarmente di moda in Europa tra il Seicento e il Settecento; l’ “eresia” invece è un’affermazione o idea contrastante con le dottrine ufficiali o con l’opinione accettata comunemente.

In linea con il suo nome, questo sito si propone di dare alcune letture originali su quello che è la Cina di oggi, scardinando la comune visione di questo paese come una realtà in bianco e nero, in cui a un governo autoritario e repressivo si contrappongono pochi coraggiosi individui. Cineresie cerca di raccontare la complessità della società cinese contemporanea, senza cristallizzarsi sulle posizioni dei “paladini dei diritti umani”, né su quelle di coloro che nella Cina vedono un paese ideale ingiustamente maltrattato dai media occidentali. Per raggiungere questo obiettivo, Cineresie lascia, per quanto possibile, la parola ai cinesi stessi, fungendo da ponte tra questi ultimi ed il lettore italiano.

Tudou video festival 2010

aprile 18, 2010

War of internet addiction 网瘾战争 ha vinto l’edizione 2010 del Tudou video festival. Ieri a Pechino le premiazioni. E’ un grande successo per un film della rete e sulla rete. Con l’occasione riposto un articolo che avevo scritto per giornalettismo.com.

World of Warcraft, la Cina e il virtuale che incontra il reale.

Giovani internauti cinesi realizzano un film contro la censura sul web. In breve tempo diventa un caso nazionale, visto e scaricato da più di dieci milioni di utenti.

“O voi tutti giocatori di World of Warcraft, levate in alto le braccia, ora serve il vostro aiuto!”. Un grido di ribellione esce dalla bocca dell’eroe Kan Ni Mei e si sparge per la rete cinese come un virus, nella scena finale di War of internet addiciton, il film cinese che in rete, nonostante le censure, ha rubato la scena al colossal su Confucio.

64 minuti di video realizzati interamente con il software di gioco su cui si basa World of Warcraft (WoW), il videogioco fantasy tridimensionale che conta 11 milioni di giocatori nel mondo, metà dei quali in Cina. L’hanno realizzato, praticamente a costo zero, un gruppo di cento giovani patiti di giochi on line, guidati dal regista che risponde al nome di fantasia Xinggan Baomi (trad. Sexy Granturco). La diffusione in rete è stata fulminea e si stima che sia stato visto e scaricato già da circa dieci milioni di persone. Ed è proprio nei numeri e nella tipologia sociale dei produttori-fruitori, per lo più ventenni, che si nasconde l’efficacia contestatrice del prodotto.

Negli stessi giorni in cui molti commentatori occidentali esultavano per le intenzioni ribelli di Google China, la stragrande maggioranza dei teenagers cinesi poltriva, ignara, in un qualunque internet bar alle prese con una nuova missione World of Warcraft, probabilmente dannandosi per le mille difficoltà tecniche subentrate negli ultimi tempi. Perché, come si racconta con ironia nel film, il gioco americano sviluppato dalla Blizzard ha avuto non pochi ostacoli in Cina, specie nell’ultimo anno. Molti giovani cinesi hanno seguito con apprensione lo scontro fra la società cinese distributrice del gioco e gli enti governativi preposti a concedere i permessi. Molti altri si sono visti costretti a “emigrare” su server stranieri per riuscire ad accedere ai livelli successivi della saga e godersi il gioco in un “mondo virtuale più libero” come si legge in molti forum.

La  rabbia dei giocatori, presenze silenziose e invisibili nelle città, monta ormai da anni. Da quando il gioco è divenuto celebre nella Repubblica Popolare, molti genitori disperati hanno denunciato la dipendenza dei loro figli dalla tastiera e dalla rete. E così i giovani giocatori si sono sentiti prima etichettare in massa come dei drogati del gioco, e poi si sono visti spedire nei sempre più numerosi campi di rieducazione per malati da internet. Poi è arrivato lo scandalo delle case di cura in cui veniva praticato l’elettroshock a scopo terapeutico (vietato nel 2009) e infine le notizie di adolescenti ammazzati di botte che hanno sconvolto molte famiglie cinesi. Ora finalmente alcuni di loro, cresciuti e diventati fratelli e amici proprio grazie al gioco, hanno deciso di farsi sentire. “Difendiamo questo mondo virtuale che è la casa delle nostre anime!”, si sente nell’amaro epilogo del film che contiene anche un appello rivolto alla moltitudine dei più pigri e rassegnati: “si sono presi youtube, twitter, fanfou e non avete fatto niente, perché non vi riguardava, ma adesso sono venuti per prendersi anche WoW, facciamo giungere la nostra voce attraverso la rete!”.

Il film ha colpito molti, anche fra i non appassionati. Ne ha parlato persino il Quotidiano del Popolo – organo di stampa del partito – nel suo sito web. Southern Weekly, il giornale riformista più letto nel Paese, ha dedicato ai giovani autori del film un lungo editoriale intitolato “Generazione ’80, sono arrivati!”. Anche Michael Anti, celebre blogger già censurato da Microsoft nel 2005, dal suo twitter ha commentato “non sono mai stato un patito di giochi on line, ma questo film mi ha commosso profondamente”. D’altra parte come ha commentato il regista stesso in un’intervista: “Se questo film colpisce anche chi non gioca è perché i problemi della rete cinese si assomigliano un po’ in ogni ambito”. La lotta per una rete più libera non conosce pause e come è già successo in passato la mobilitazione può passare dal virtuale al reale in breve tempo. A Pechino i censori sono avvertiti.

Han Han (non) rappresenta la Cina?

aprile 8, 2010

Han Han più influente di Obama? Per ora sì, mentre si continua a votare nel sondaggio indetto da Time Magazine per stilare la classifica delle cento persone più influenti nel mondo – per quanto questo genere di classifiche possa avere un senso.

Il popolo della rete cinese, ovviamente, ce la mette tutta per far salire il giovane blogger-scrittore-pilota. Di sicuro il personaggio più “influente” e trasversale  nell’opinione pubblica in Cina oggi. Lui intanto, come al solito, non si monta la testa e commenta – in un post da non perdere – “Mi chiedo spesso quale sia stato finora il contributo che ho dato a questa società, piena zeppa di ‘parole sensibili‘ Forse, alla fine di tutto, ho contribuito ad aggiungere un’altra parola sensibile e cioè il mio nome. Tutto qua.”

Mentre cerco di mettere insieme qualche contributo interessante, segnalo questo simpatico sondaggio lanciato sul sito del Quotidiano del Popolo. Non potendo non parlare della notizia, dato che il personaggio è un “argomento sensibile” , ecco come affrontano la questione (ho tradotto la seconda domanda, la più interessante):

Ritieni che Han Han possa rappresentare la Cina?

  • Assolutamente no
  • Solo in parte
  • Non so

Sempre considerato quel che può valere un sondaggio, ovviamente…

Google e Cina, la legge non c’entra

marzo 31, 2010

Riflessioni dal blog di Wen Yunchao (23 marzo 2010).

Il ritiro di Google dal mercato cinese non ha nulla a che vedere con il rispettare o non rispettare le leggi. Il problema, piuttosto, è che il sistema di controllo della rete messo in atto dal governo cinese non è trasparente dal punto di vista legislativo. Perciò, non si dovrebbe dire che è Google a non aver rispettato la legge, ma gli enti cinesi che si occupano di controllare la rete. I censori, infatti, per aumentare il loro potere di controllo, si servono di regole non scritte e non concedono possibilità di dissentire. Da ciò è nata questa situazione di imbarazzo per google.

Il sistema di supervisione e censura della rete cinese si fonda da una parte su due leggi apposite che regolano la materia e dall’altra sulle direttive più o meno trasparenti emesse dal Dipartimento della Propaganda (interno al Partito). Le due leggi citate sono note come: “Metodi per la supervisione dei servizi di informazione internet (2000)” e “Disposizioni per la supervisione dei servizi internet di informazione e news (2005)” che stabiliscono rispettivamente nove e undici tipi di “informazioni pericolose”. La censura della rete però va ben oltre le norme contemplate in queste due disposizioni legislative e non esistono vie legali che possano venire in aiuto.

L’organo di controllo della rete che opera nell’oscurità e non osa rivelarsi alla luce del sole è proprio quello riconducibile al Dipartimento della Propaganda che agisce appunto attraverso una serie disposizioni poco trasparenti. Non è possibile opporsi a questo sistema, del quale fra l’altro non si trova menzione nei documenti ufficiali. Quando ad esempio vengono imposte alcune restrizioni sui risultati delle ricerca di Google, gli organi di supervisione non producono alcun tipo di documento che spieghi quale norma è stata violata. Il più delle volte si tratta di comunicazioni che vengono date soltanto a voce con una telefonata e delle quali non rimane alcuna traccia in una nota scritta.

Quando ad esempio il Ministero della Propaganda ha chiesto a Google di filtrare le ricerche che riguardassero la parola “Namibia” non era per nulla spiegato in base a quale norma ciò venisse richiesto. Se Google tuttavia non avesse recepito le indicazioni e filtrato i risultati per “Namibia” avrebbe corso il rischio di perdere l’autorizzazione a operare in territorio cinese […].

Ci chiediamo, insieme ai promotori della lettera aperta indirizzata nei giorni scorsi al governo cinese e ai dirigenti di google:  “come sono stati comunicati a Google i termini governativi della censura? Da che ministero? Secondo quale iter legale? C’era la possibilità di correggere eventuali errori di censura o di aprire dei canali di comunicazione col governo?”. D’altra parte, già a suo tempo, nel blog di google si leggeva che “il governo cinese è stato estremamente chiaro con noi: l’auto-censura è un presupposto non negoziabile” .

Google lascia, la notizia alla CCTV

marzo 23, 2010

Google.cn finisce di esistere, il traffico verrà dirottato sul sito di Hong Kong, google.com.hk. Ecco come ha dato la notizia il canale CCTV.

testo in cinese, qui.

Il responsabile del dipartimento dell’informazione e internet presso il consiglio di stato (SCIO) ha reso noto oggi all’alba che google sospenderà i filtri verso i contenuti sensibili richiesti dalla legislazione cinese e dirotterà i servizi del motore di ricerca verso il portale di Hong Kong.

Il responsabile ha evidenziato come le compagnie straniere che operano in Cina devono osservare le leggi cinesi. Google ha violato il contratto sottoscritto al momento dell’entrata nel mercato cinese e ha commesso gravi errori nel sospendere i filtri sulla ricerca, dopo aver insinuato che il governo cinese fosse il regista degli attacchi subiti da parte di hacker. Siamo del tutto contrari alla politicizzazione delle questioni che riguardano il business e siamo indignati per i modi e gli attacchi ingiustificati lanciati da google.

Il responsabile ha inoltre affermato che il 12 gennaio, senza darne comunicazione al dipartimento competente del governo cinese, google ha dichiarato di aver subito un attacco hacker sostenuto dalle autorità cinesi e che non era più disposta a “sottostare ai controlli sul motore di ricerca” e  “meditava il ritiro dal mercato cinese”. A prova della buona fede del governo cinese va detto che, su richiesta di google, sono stati fatti ripetuti incontri per comprendere in profondità le ragioni della compagnia americana. Il 29 gennaio e 25 febbraio di quest’anno le autorità cinesi competenti hanno incontrato per due volte a colloquio i manager di google per ascoltare e comprendere in maniera approfondita le loro richieste, ribadendo che tutte le compagnie straniere devono rispettare le leggi cinesi e che se google è disposta a farlo è benvenuta nel nostro Paese. Se invece google insiste nella sua volontà di ritirare il motore di ricerca dal mercato cinese, questo è un problema soltanto suo, e rimane il fatto che deve rispettare le leggi cinesi e le consuetudini internazionali, gestendo la sua dipartita con senso di responsabilità.

Il funzionario ha inoltre dichiarato che il governo cinese incoraggia lo sviluppo e la diffusione di internet e promuove la sua apertura verso il mondo. Lo scambio e il dialogo nella rete cinese sono estremamente vivaci e il commercio elettronico si sviluppa a grande velocità. I fatti confermano che la rete cinese è un terreno fertile per gli investimenti e lo sviluppo. La Cina continua convinta nella sua politica di apertura verso l’estero, dà il benvenuto alle imprese straniere nel web cinese, e si impegna a offrire i migliori servizi a chi arriva per fare business. Internet in Cina manterrà come è stato fino ad ora le sue potenzialità di sviluppo.

Il 23 marzo alle 3:03 di notte il senior vice president e chief legal officer di Google David Drummond ha rilasciato una dichiarazione nella quale attribuiva ancora una volta gli attacchi di hacker alla responsabilità del governo cinese e annunciava la sospensione dei filtri sul motore di ricerca cinese e il trasferimento del servizio a Hong Kong.

Chiudere gli internet café?

marzo 3, 2010

Si è aperta oggi a Pechino la terza sessione dell’11° Comitato nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo cinese. I giorni che l’hanno preceduta sono stati ricchi di aspettative. Ha fatto notizia soprattutto l’iniziativa di tredici giornali cinesi che hanno lanciato un appello congiunto ai membri del CCPPC affinchè prendano in esame la possibilità di eliminare definitivamente il certificato di residenza obbligatorio per i lavoratori migranti – hukou –,  fonte di innumerevoli difficoltà e limitazioni nei servizi per le centinaia di milioni di contadini che ogni anno lasciano le campagne per cercare impiego nelle grandi città.

A parte questo, vorrei segnalare un fatto curioso che racconta oggi il Nanfang Zhoumo .

Nei giorni scorsi, Yan Qi, proprietaria della Taoranju, nota catena di ristoranti in Cina, ha lanciato una proposta che ha fatto andare su tutte le furie il “popolo della rete”: dare in gestione allo stato tutti gli internet cafè del Paese in modo da renderli maggiormente controllabili. Stando alle dichiarazioni di Yan Qi, l’idea sarebbe nata da una lettera toccante che avrebbe ricevuto da una delle tante madri disperate che denunciano la dipendenza dalla rete dei propri figli.

La voce si è sparsa per il web in poche ore. Molti internauti hanno immediatamente proposto di boicottare la catena di ristoranti gestita da Yan Qi. Alle 2 di questa notte (ora cinese) degli hacker hanno attaccato il sito di Taoranju. Nella home page è apparsa la scritta “Non adulare il grande fratello, è soltanto un’invenzione…”. Qualche ora dopo è apparsa anche un’immagine e una nuova frase che riprende lo slogan di una nota casa di cosmetici: “il grande fratello è come l’Oréal Paris: te lo meriti.