Cinesi in Italia: cittadinanza e illegalità

Ricevo e pubblico questo contributo del buon Andrea Pia. Una riflessione sugli immigrati in italia, a partire dal caso cinese di Prato. Altri articoli dell’autore su Cineresie.info.

foto credits: digifiore

di Andrea Pia

The Guardian oggi esce con un bell’articolo sull’immigrazione cinese a Prato. L’autore, John Hopper, descrive il suo ingresso nella Chinatown  cittadina passeggiando lungo via pistoiese: “Dopo la panetteria, al numero 29, L’Italia evapora”. Il trenta per cento dei residenti a Prato e’ di origine cinese (circa 50,000 persone) e  sono quasi 5000 le aziende possedute (2,700 quelle registrate secondo Silvia Pieraccini) da imprenditori cinesi in citta’.

Questo crescente aumento della popolazione cinese a Prato ha causato in passato problemi fra la popolazione italiana, le forze dell’ordine e la comunita’ cinese. Hopper descrive il problema in termini di profitabilita’ economica, interesse politico e rispetto della legge. Gli immigrati cinesi spesso clandestini ricevono paghe ridottissime e lavorano in locali sfacciatamente al disotto degli standard di siucrezza vigenti in Italia. Il gigantesco giro economico (1,8 miliardi di euro sempre secondo Silvia Pieraccini) rimane il larga parte “sommerso” andando cosi’ ad aumentare la capacita’ di reclutamento in Cina e a cronicizzare il fenomeno di una immigrazione per sua natura temporanea ed orientata al guadagno individuale. “Perche’ dovrei integrarmi? Staro’ qui forse per 10 anni in modo da mettere da parte dei soldi in modo da potermeli poi godere in Cina” dice un lavoratore cinese a Hopper. La realta’ pero’, ci ricorda l’autore, e’ ben diversa, dato che il 32% dei neonati pratesi ha madrea cinese.

Penso che l’articolo di Hopper debba farci rifletter su alcuni punti relativi alla situazione degli immigrati (in questo caso cinesi) nel nostro paese. Mi chiedo: e’ ancora possibile ed economicamente vantaggioso mantenere nell’illegalita’ un numero cosi’ grande di lavoratori?
Credo che ci siano alucni buoni motivi per poter sostenere che a) l’attuale sistema di cittadinanza italiana sia uno svantaggio per l’economia del paese e che b) sostenere che l’immigrazione in Italia sia un problema prettamente di legalita’ significa necessariamente ammettere che il problema vero risieda nell’incapacita’ di adottare nella sua interezza il principio di legalita’ sul territorio italiano.

Per quanto riguarda il primo punto: e’ di oggi la notizia che sul quasi milione di minori stranieri residentti in italia, 6 su 10 siano nati nel nostro paese. Questo puro fatto statistico comporta che un sempre maggior numero di persone fara’ in un prossimo futuro esperienza dell’iniquità del sistema di cittadinanza italiano basata sulla ius sanguinis, principio per il quale,  in soldoni, la cittadinanza viene passata per via paterna (ed in parte materna) senza essere in alcun modo  legata al paese di nascita (sto approssimando). Con iniqua non intendo che questo sistema possa essere percepito come ingiusto dal sottoscritto ma che questo e’ incompatibile con alcune delle Convenzioni Europee per i Diritti Umani  sottoscritte dal nostro paese (un esempio, la legge italiana discrimina in base al genere violando la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women ratificata dallo Stato Italiano il 22 Settembre del 2000).

Senza voler entrare in una questione di merito sulla condotta dello Stato Italiano e sulla adeguatezza del sistema dei diritti umani alla presente situazione della societa’ italiana, rimane pur vero che la mancata possibilita’ per questi giovani figli di immigrati di venir riconosciuti come cittadini italiani, e come giuridicamente pari ai propri concittadini, potra’ avere (e ritengo abbia gia’ ora) diverse ricadute sul piano socio-economico. Spesso infatti il mancato riconoscimento della persona giuridica appartenente ad un individuo puo’ portare anche al suo mancato riconoscimento sociale (per quanto strano possa sembrare). In questo senso l’incapacita’ della societa’ italiana di vedere nei fatti di Rosarno una autentica violazione dei diritti umani, ad esempio, ha impedito  l’emergere di un discorso pubblico che additasse gli errori commessi e riflettesse sulle mancanze del sistema giuridico in vigore nel paese. Lo stesso vale per la Prato “sinizzata”: il semplice fatto che le forze dell’ordine non  riescano a far rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro nelle imprese “cinesi”  indica non tanto che a Prato le forze dell’ordine manchino di fondi adeguati, quanto come, in definitiva,  queste persone non venendo percepite come “italiane” siano trattate con un altro metro di giudizio. Se non c’e’ cittadinanza non ci sono ne’ diritti ne’ doveri.

E finalmente arriviamo alla questione economica. Mi sembra che questa mancanza di attenzione riservata ai cinesi di Prato, che nell’articolo di Hopper si muovono in uno spazio grigio fatto di impunita’ e disinteresse, possa incidere fortemente sulle dinamiche economiche del paese. Primo perche’ il fatturato di molte di queste aziende genera economia “informale”, insicurezza dal punto di vista degli attori economici e infine mancate entrate per l’Erario. Secondariamente perche’ l’impossibilita’ per questi lavoratori migranti di pensarsi giuridicamente “italiani” concorre ad aumentare una concezione temporanea della migrazione che puo’ si’ legittimare comportamenti illeciti ma, ancora peggio, ostacolare chi volesse dal diventare completamente partecipe nella vita sociale e lavorativa della propria regione di residenza . Questa situazione e’ ancora piu’ grave se si pensa alla futura generazione di italiani “misconosciuti”: in che modo potranno pensare di vivere in un paese che chiede loro soldi ma non conferisce loro nessun diritto ad autorappresentarsi?

Questo ci porta al mio secondo e ultimo punto. E’ davvero l’immigrazione un problema di sola legalita’? Se la legge fosse rispettata, e tutte le persone aventi diritto diventassero cittadini Italiani a tutti gli effetti (dopo un po’ di purgatorio s’intende) e i clandestini venissero tutti rimpatriati, avrebbero gli italiani un paese veramente piu’ stabile e sicuro? Ho qualche dubbio. Riconoscere l’incompatibilita’ giuridica dello ius sanguinis con la Carta dei Diritti Umani porterebbe infatti all’Italia qualche problema strutturale in piu’: ora si dovrebbero far rispettare le norme sulla tutela dei lavoratori anche per in nuovi cinesi “italianizzati”; ora si dovrebbero prendere in considerazione nuovi e piu’ flessibili sistemi di welfare; ora una intera serie di argomentazioni ideoligche largamente usate  in politica vedrebbero diminuire la loro efficacia; ora si dovrebbe riflettere seriamente sul sistema di rappresentazione democratica e sui gruppi che questo tende ad escludere. Forse, in definitiva, lo ius sanguinis conviene perche’ risparmia agli italiani tanto lavoro su se stessi e sulla propria identita’. Ovviamente questi sono problemi che non riguardano solamente il nostro paese e spesso sono legati a traiettorie economiche di lungo corso. Migranti del resto lo siamo tutti nell’arco della nostra vita e spesso ci e’ piu’ facile non “integrarci”, evitando cosi’ ulteriori doveri.

Un aneddoto: Mark e’ un amico di lontane origini Italiane. Dopo un’avventuroso viaggio in Basilicata fatto di tante cene in case di sconosciuti e molte notti passate in polverosi archivii sembra aver tutte le carte per provare di essere cittadino Italiano. Alcuni parenti a Potenza emigrarono negli stati Uniti intorno agli anni 80 del XIX secolo. Mark e’ sulla buona strada per ottenere la cittadinanza e con essa il passaporto italiano che grazie a Schengen gli permettera’ di viaggiare in Europa finalmente senza visti e burocrazia schiumante. Secondo voi Mark e’ piu’ italiano di un ragazzo di Prato nato da genitori cinesi? Che differenza c’e’ fra una cittadinanza di “carta” e una di “vita”?

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