Google e Cina, la legge non c’entra

Riflessioni dal blog di Wen Yunchao (23 marzo 2010).

Il ritiro di Google dal mercato cinese non ha nulla a che vedere con il rispettare o non rispettare le leggi. Il problema, piuttosto, è che il sistema di controllo della rete messo in atto dal governo cinese non è trasparente dal punto di vista legislativo. Perciò, non si dovrebbe dire che è Google a non aver rispettato la legge, ma gli enti cinesi che si occupano di controllare la rete. I censori, infatti, per aumentare il loro potere di controllo, si servono di regole non scritte e non concedono possibilità di dissentire. Da ciò è nata questa situazione di imbarazzo per google.

Il sistema di supervisione e censura della rete cinese si fonda da una parte su due leggi apposite che regolano la materia e dall’altra sulle direttive più o meno trasparenti emesse dal Dipartimento della Propaganda (interno al Partito). Le due leggi citate sono note come: “Metodi per la supervisione dei servizi di informazione internet (2000)” e “Disposizioni per la supervisione dei servizi internet di informazione e news (2005)” che stabiliscono rispettivamente nove e undici tipi di “informazioni pericolose”. La censura della rete però va ben oltre le norme contemplate in queste due disposizioni legislative e non esistono vie legali che possano venire in aiuto.

L’organo di controllo della rete che opera nell’oscurità e non osa rivelarsi alla luce del sole è proprio quello riconducibile al Dipartimento della Propaganda che agisce appunto attraverso una serie disposizioni poco trasparenti. Non è possibile opporsi a questo sistema, del quale fra l’altro non si trova menzione nei documenti ufficiali. Quando ad esempio vengono imposte alcune restrizioni sui risultati delle ricerca di Google, gli organi di supervisione non producono alcun tipo di documento che spieghi quale norma è stata violata. Il più delle volte si tratta di comunicazioni che vengono date soltanto a voce con una telefonata e delle quali non rimane alcuna traccia in una nota scritta.

Quando ad esempio il Ministero della Propaganda ha chiesto a Google di filtrare le ricerche che riguardassero la parola “Namibia” non era per nulla spiegato in base a quale norma ciò venisse richiesto. Se Google tuttavia non avesse recepito le indicazioni e filtrato i risultati per “Namibia” avrebbe corso il rischio di perdere l’autorizzazione a operare in territorio cinese […].

Ci chiediamo, insieme ai promotori della lettera aperta indirizzata nei giorni scorsi al governo cinese e ai dirigenti di google:  “come sono stati comunicati a Google i termini governativi della censura? Da che ministero? Secondo quale iter legale? C’era la possibilità di correggere eventuali errori di censura o di aprire dei canali di comunicazione col governo?”. D’altra parte, già a suo tempo, nel blog di google si leggeva che “il governo cinese è stato estremamente chiaro con noi: l’auto-censura è un presupposto non negoziabile” .

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