Archive for marzo 2010

Google e Cina, la legge non c’entra

marzo 31, 2010

Riflessioni dal blog di Wen Yunchao (23 marzo 2010).

Il ritiro di Google dal mercato cinese non ha nulla a che vedere con il rispettare o non rispettare le leggi. Il problema, piuttosto, è che il sistema di controllo della rete messo in atto dal governo cinese non è trasparente dal punto di vista legislativo. Perciò, non si dovrebbe dire che è Google a non aver rispettato la legge, ma gli enti cinesi che si occupano di controllare la rete. I censori, infatti, per aumentare il loro potere di controllo, si servono di regole non scritte e non concedono possibilità di dissentire. Da ciò è nata questa situazione di imbarazzo per google.

Il sistema di supervisione e censura della rete cinese si fonda da una parte su due leggi apposite che regolano la materia e dall’altra sulle direttive più o meno trasparenti emesse dal Dipartimento della Propaganda (interno al Partito). Le due leggi citate sono note come: “Metodi per la supervisione dei servizi di informazione internet (2000)” e “Disposizioni per la supervisione dei servizi internet di informazione e news (2005)” che stabiliscono rispettivamente nove e undici tipi di “informazioni pericolose”. La censura della rete però va ben oltre le norme contemplate in queste due disposizioni legislative e non esistono vie legali che possano venire in aiuto.

L’organo di controllo della rete che opera nell’oscurità e non osa rivelarsi alla luce del sole è proprio quello riconducibile al Dipartimento della Propaganda che agisce appunto attraverso una serie disposizioni poco trasparenti. Non è possibile opporsi a questo sistema, del quale fra l’altro non si trova menzione nei documenti ufficiali. Quando ad esempio vengono imposte alcune restrizioni sui risultati delle ricerca di Google, gli organi di supervisione non producono alcun tipo di documento che spieghi quale norma è stata violata. Il più delle volte si tratta di comunicazioni che vengono date soltanto a voce con una telefonata e delle quali non rimane alcuna traccia in una nota scritta.

Quando ad esempio il Ministero della Propaganda ha chiesto a Google di filtrare le ricerche che riguardassero la parola “Namibia” non era per nulla spiegato in base a quale norma ciò venisse richiesto. Se Google tuttavia non avesse recepito le indicazioni e filtrato i risultati per “Namibia” avrebbe corso il rischio di perdere l’autorizzazione a operare in territorio cinese […].

Ci chiediamo, insieme ai promotori della lettera aperta indirizzata nei giorni scorsi al governo cinese e ai dirigenti di google:  “come sono stati comunicati a Google i termini governativi della censura? Da che ministero? Secondo quale iter legale? C’era la possibilità di correggere eventuali errori di censura o di aprire dei canali di comunicazione col governo?”. D’altra parte, già a suo tempo, nel blog di google si leggeva che “il governo cinese è stato estremamente chiaro con noi: l’auto-censura è un presupposto non negoziabile” .

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Google lascia, la notizia alla CCTV

marzo 23, 2010

Google.cn finisce di esistere, il traffico verrà dirottato sul sito di Hong Kong, google.com.hk. Ecco come ha dato la notizia il canale CCTV.

testo in cinese, qui.

Il responsabile del dipartimento dell’informazione e internet presso il consiglio di stato (SCIO) ha reso noto oggi all’alba che google sospenderà i filtri verso i contenuti sensibili richiesti dalla legislazione cinese e dirotterà i servizi del motore di ricerca verso il portale di Hong Kong.

Il responsabile ha evidenziato come le compagnie straniere che operano in Cina devono osservare le leggi cinesi. Google ha violato il contratto sottoscritto al momento dell’entrata nel mercato cinese e ha commesso gravi errori nel sospendere i filtri sulla ricerca, dopo aver insinuato che il governo cinese fosse il regista degli attacchi subiti da parte di hacker. Siamo del tutto contrari alla politicizzazione delle questioni che riguardano il business e siamo indignati per i modi e gli attacchi ingiustificati lanciati da google.

Il responsabile ha inoltre affermato che il 12 gennaio, senza darne comunicazione al dipartimento competente del governo cinese, google ha dichiarato di aver subito un attacco hacker sostenuto dalle autorità cinesi e che non era più disposta a “sottostare ai controlli sul motore di ricerca” e  “meditava il ritiro dal mercato cinese”. A prova della buona fede del governo cinese va detto che, su richiesta di google, sono stati fatti ripetuti incontri per comprendere in profondità le ragioni della compagnia americana. Il 29 gennaio e 25 febbraio di quest’anno le autorità cinesi competenti hanno incontrato per due volte a colloquio i manager di google per ascoltare e comprendere in maniera approfondita le loro richieste, ribadendo che tutte le compagnie straniere devono rispettare le leggi cinesi e che se google è disposta a farlo è benvenuta nel nostro Paese. Se invece google insiste nella sua volontà di ritirare il motore di ricerca dal mercato cinese, questo è un problema soltanto suo, e rimane il fatto che deve rispettare le leggi cinesi e le consuetudini internazionali, gestendo la sua dipartita con senso di responsabilità.

Il funzionario ha inoltre dichiarato che il governo cinese incoraggia lo sviluppo e la diffusione di internet e promuove la sua apertura verso il mondo. Lo scambio e il dialogo nella rete cinese sono estremamente vivaci e il commercio elettronico si sviluppa a grande velocità. I fatti confermano che la rete cinese è un terreno fertile per gli investimenti e lo sviluppo. La Cina continua convinta nella sua politica di apertura verso l’estero, dà il benvenuto alle imprese straniere nel web cinese, e si impegna a offrire i migliori servizi a chi arriva per fare business. Internet in Cina manterrà come è stato fino ad ora le sue potenzialità di sviluppo.

Il 23 marzo alle 3:03 di notte il senior vice president e chief legal officer di Google David Drummond ha rilasciato una dichiarazione nella quale attribuiva ancora una volta gli attacchi di hacker alla responsabilità del governo cinese e annunciava la sospensione dei filtri sul motore di ricerca cinese e il trasferimento del servizio a Hong Kong.

Chiudere gli internet café?

marzo 3, 2010

Si è aperta oggi a Pechino la terza sessione dell’11° Comitato nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo cinese. I giorni che l’hanno preceduta sono stati ricchi di aspettative. Ha fatto notizia soprattutto l’iniziativa di tredici giornali cinesi che hanno lanciato un appello congiunto ai membri del CCPPC affinchè prendano in esame la possibilità di eliminare definitivamente il certificato di residenza obbligatorio per i lavoratori migranti – hukou –,  fonte di innumerevoli difficoltà e limitazioni nei servizi per le centinaia di milioni di contadini che ogni anno lasciano le campagne per cercare impiego nelle grandi città.

A parte questo, vorrei segnalare un fatto curioso che racconta oggi il Nanfang Zhoumo .

Nei giorni scorsi, Yan Qi, proprietaria della Taoranju, nota catena di ristoranti in Cina, ha lanciato una proposta che ha fatto andare su tutte le furie il “popolo della rete”: dare in gestione allo stato tutti gli internet cafè del Paese in modo da renderli maggiormente controllabili. Stando alle dichiarazioni di Yan Qi, l’idea sarebbe nata da una lettera toccante che avrebbe ricevuto da una delle tante madri disperate che denunciano la dipendenza dalla rete dei propri figli.

La voce si è sparsa per il web in poche ore. Molti internauti hanno immediatamente proposto di boicottare la catena di ristoranti gestita da Yan Qi. Alle 2 di questa notte (ora cinese) degli hacker hanno attaccato il sito di Taoranju. Nella home page è apparsa la scritta “Non adulare il grande fratello, è soltanto un’invenzione…”. Qualche ora dopo è apparsa anche un’immagine e una nuova frase che riprende lo slogan di una nota casa di cosmetici: “il grande fratello è come l’Oréal Paris: te lo meriti.