Archive for febbraio 2010

Pechino: artisti protestano in strada vicino a Tiananmen

febbraio 23, 2010

Oggi c’è stato il corteo più cazzuto della storia dell’umanità! Sei persone, tre striscioni, una videocamera, un registratore, un twitterer, un coordinatore, hanno camminato sulla strada più larga che c’è, nessuno dei media era invitato alla festa… ma tutto il mondo saprà quel che è accaduto! [Ai Weiwei]


Tutto è cominciato alle due di notte di ieri, lunedì, mentre a Pechino ci si preparava per ritornare al lavoro dopo le feste per il capodanno.

Alla Zhengyang Creative Art Zone, nel distretto di Chaoyang (Pechino est), gli ultimi artisti rimasti dormono al gelo nei loro studi. Abusivi. Il 26 novembre scorso è arrivato lo sfratto da parte dei proprietari. Otto giorni di tempo per andarsene. Il 5 dicembre vengono tolti corrente e riscaldamento. Devono iniziare le demolizioni per la costruzione di un nuovo quartiere. Alcuni se ne vanno, ma le alternative non sono molte: altri distretti artistici, come lo 008 International Art District, stanno affrontando problemi simili. C’è chi invece è deciso a resistere. Molti hanno contratti in leasing che scadono dopo l’estate, gli studi stanno per diventare di loro proprietà. La rottura del contratto da parte dei proprietari darebbe loro diritto a un risarcimento, ma nessun ente governativo sembra disposto a tutelarli in modo possano rivalersi sui proprietari.

Da tre mesi passano le notti al freddo, senza luce, riscaldamento, acqua calda. Si alternano in turni di guardia. Temono i ladri di opere d’arte, come quelli che hanno portato via quadri per circa un milione di yuan lo scorso gennaio. Temono soprattutto i picchiatori assoldati dai costruttori che possono arrivare armati di mazze, come è già capitato. Infatti alle due di notte gli sgherri arrivano, stavolta menano forte, senza pietà. All’alba arriva la polizia e poco dopo anche Ai Weiwei, uno degli artisti cinesi più noti al mondo in questo momento, certamente il cittadino più attivo nella nascente società civile cinese.

E’ il primo dopopranzo in Cina, e colui che all’estero qualcuno ha ribattezzato come “il rivoluzionario con il cellulare” inizia il suo report in diretta via twitter (@aiww). Gli artisti si riorganizzano, la rabbia è irriducibile: dopo la truffa e l’abbandono da parte di tutti, sono arrivate anche le botte. Alle 15 decidono di marciare verso il centro della città per protestare. Sono in pochi, meno di dieci persone, scrivono su dei teli bianchi: “i diritti dei cittadini”.  Non si curano nemmeno di avvertire troppi media. Gli unici report reperibili in rete nelle ore successive vengono dai tweet e dalle foto postate in diretta su twitpic. Alle 16 sono su Chang’an Jie “avanziamo gridando i nostri slogan” scrive Ai Weiwei. Chang’an Jie non è una strada qualunque di Pechino, è La strada. Chi la percorre verso il centro della città arriva a Tiananmen. Sono 21 anni che un corteo non la attraversa.

Sia chiaro, non esistono paragoni possibili con il movimento del 1989. Il gesto di questi sei “disgraziati” col telefono e la macchina fotografica è nato e si consumerà in un momento. E’ un moto di rabbia di chi ha poco da perdere ma ha anche la dignità e la capacità di lanciare messaggi che hanno gli artisti.

Riescono a fare 100 metri, non di più. Poi vegono circondati dalla polizia, alcuni fanno resistenza, la tensione si alza eppure tutto si risolve in poco tempo, mezzora o poco più. In questi casi sono le stesse forze dell’ordine che cercano di non ingigantire ciò che sta accadendo. A bordo strada i manifestanti vengono fermati, il traffico prosegue con una lieve deviazione. Nessuna tv era presente, pochissimi reporter.

Ma in rete tutto è stato registrato, in tempo reale. Molti, fra la sparuta élite – circa 10.000 – di utenti cinesi che conosce e usa assiduamente twitter aggirando il blocco dei server, non nascondono l’eccitazione.

A sera, dal computer di casa, Ai Weiwei, infaticabile, continua ad aggiornare i suoi tweet ripensando alla giornata, alla mobilitazione fulminea, all’esiguo numero dei partecipanti, alla portata simbolica del gesto, all’emozioni di essere stati lì: “Quanto tempo che non ci vedevano, mia Chang’an Jie”.

p.s. Qui le foto, da vedere! In attesa di qualche notizia in più dalla stampa, vi rimando al primo giornale in lingua inglese che ne parla, Global Times.

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Condannato anche Tan Zuoren

febbraio 16, 2010

L’appello di Liu Xiaobo alla sentenza che il 25 dicembre scorso lo ha condannato a undici anni per “incitamento alla sovversione dell’ordine statale” non è stato accolto e la sentenza è stata confermata giovedì scorso, 11 febbraio, dalla Prima Corte Popolare Intermedia di Pechino. Qualche giorno prima, a Chengdu – nella regione del Sichuan devastata dal terremoto il 12 maggio 2008 – un altro tribunale condannava Tan Zuoren a 5 anni di carcere, con la medesima accusa: “incitamento alla sovversione dell’ordine statale”. Nel passato di entrambi la macchia indelebile di Tiananmen, 4 giugno 1989. Liu Xiaobo era fra gli studenti in quei giorni, con il megafono, e non ha mai smesso di ricordare quegli eventi, fino a proporre due anni fa Carta 08, manifesto per una nuova Cina democratica. Tan Zuoren invece non prese parte alle manifestazioni di piazza, ma negli ultimi anni si era attivato per ricordare e divulgare i fatti di quei giorni. Ogni sua iniziativa, articolo, email sono stati registrati dalla magistratura e usati contro di lui nelle motivazioni della sentenza del tribunale.

Ma tutti quelli che seguono il caso, in Cina e all’estero, sanno che Tiananmen centra poco con la condanna inflitta a Tan. Il suo essere cittadino attivo, informato, attento, l’aveva portato a condurre un’inchiesta parallela sui crolli delle scuole durante il terremoto del 2008 nei dintorni della sua Chengdu. Aveva proposto di aprire un database dove registrare tutti gli studenti morti nei crolli. Assieme ad altri aveva realizzato un video, “Una inchiesta di cittadini”, impietosa denuncia di un sistema corrotto che aveva permesso la costruzione di scuole fragili come il tofu. Tan Zuoren era un semplice cittadino che conduceva un’inchiesta ed è stato trasformato in un calunniatore, in un “dissidente” legato a cospiratori residenti fuori dalla Cina. In questa sentenza c’è tutta l’infamia di un potere fragile, che condanna una suo cittadino assetato di giustizia ma non ha nemmeno il coraggio di scrivere chiaramente quali sono i reali motivi della condanna. Infatti, a leggere la sentenza, ci si accorge che il suo attivismo per ricostruire la verità e accertare le responsabilità dei crolli delle scuole viene citato soltanto marginalmente, mentre tutta la colpa viene addossata alle sue posizioni rispetto alla vicenda Tiananmen.

In molti sono stati vicini a Tan Zuoren in questi mesi. Ai WeiWei – protetto per ora dalla suo essere una personalità artistica internazionale  – ha seguito il processo da vicino, ha cercato invano di fornire la sua testimonianza, ma è stato picchiato dalla polizia che ha fatto irruzione nel suo albergo prima dell’udienza dell’agosto 2009.

Stando ai tweet dei presenti, uscendo dall’aula Tan Zuoren avrebbe commentato: “Essere imprigionato per il bene del mio popolo è per me un onore”. Seguono i capi d’accusa. L’intera sentenza si trova tradotta su chinageeks.

L’imputato Tan Zuoren ha espresso insoddisfazione nei confronti del modo in cui il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha trattato “l’incidente del 4 giugno [Tiananmen, 1989, ndt]” e nel corso degli anni, sotto varie forme, ha preso parte al cosidetto “movimento per la memoria dei fatti del 4 giugno”. Il 27 maggio 2007 ha redatto il testo “1989: testimonianze dell’ultima bellezza, il diario dalla piazza di un testimone oculare” abbreviato “Diario dalla piazza”. Ha inoltre provveduto a diffondere il documento attraverso la rete in siti come “Torcia della libertà” e altri. In questo testo Tan Zuoren ha prodotto una descrizione distorta e calunniosa di come il Comitato Centrale del Partito ha trattato gli incidenti del 4 giugno. Poco tempo dopo la pubblicazione, Wang Danli, soggetto ostile residente all’estero, ha preso contatto con Tan Zuoren attraverso posta elettronica per sostenere l’iniziativa e per fornire materiale di propaganda riguardo agli incidenti del 4 giugno.

Il 4 giugno 2008, l’imputato Tan Zuoren, insieme ad altri dei suoi, ha donato sangue in un centro di raccolta in piazza Tianfu a Chengdu per commemorare gli incidenti del 4 giugno, in quell’occasione ha inoltre effettuato un’intervista telefonica con il network straniero “Sound of hope”. Dal novembre 2008 Wang Danli ha fornito più volte materiale di propaganda sugli incidenti del 4 giugno. Il 10 febbraio 2009 l’imputato ha spedito via email a Wang Danli il testo “Proposta di iniziative per la commemorazione dei 20 anni dagli incidenti di Tiananmen” nel quale proponeva, in occasione dell’anniversario del 2009, “la donazione di sangue da parte di tutti i cinesi nel mondo” per commemorare il 4 giugno. Nel 2008 dopo il terremoto del Sichuan il 12 maggio, molte volte Tan Zuoren si è fatto intervistare da media stranieri e ha tenuto svariate discorsi pubblici gravemente infamanti per l’immagine del Partito e del Governo. Il 27 marzo 2009 è stato assicurato alla giustizia dalle forze di polizia.

Generazione 80, sono arrivati!

febbraio 9, 2010

editoriale di Dai Zhiyong, Nanfang Zhoumo 3 feb 2010.

Compaiono per la prima volta come la “nuova generazione di lavoratori migranti” nel Documento No. 1 appena pubblicato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Oppure compaiono come i “cinque milioni di giocatori di World of Warcraft” nel film War of Internet Addiction, realizzato a budget zero e capace di reggere il confronto con Avatar o Confucio.

Sono la generazione post-80. E nel 2010 vanno verso i trent’anni.

Sicuramente avrete già scorto una differenza: “lavoratori migranti della nuova generazione” è una definizione data da altri, ma “giocatori di World of Warcraft” è una definizione che hanno scelto loro stessi. Dalla passività all’azione: un chiaro segno di raggiunta maturità. “Siamo dei giocatori di World of Warcraft” è il grido che risuona dentro a questo film da cui si deduce la ricerca di un senso d’appartenenza nel mondo da parte dei giovani di questa generazione. Non implorano che le loro richieste vengano attuate ma si battono attraverso la resistenza e la critica contro coloro che detengono il potere. E stanno mostrando alla società dominante il valore del gioco libero e della competizione leale.

Trent’anni per ricostruire una nazione, trent’anni di crescita selvaggia. Alla fine loro sono arrivati. Con uno spirito critico e una vena artistica sorprendenti sono balzati alla ribalta nella Cina odierna. Sono una massa di centinaia di milioni di persone, Han Han non è più solo. Attivissimi in rete e sempre sul posto quando accadono fatti scottanti, cercano di riportare la verità degli eventi, lottano per l’equità sociale. Hanno cominciato a dire la loro sulla realtà odierna ad alta voce, con parole ragionate, responsabili, pungenti. Questa generazione di giovani darà sicuramente nuova energia alla Cina dei loro predecessori.

Non sono, ovviamente un corpo unico. Ci sono i figli dei ricchi e i figli dei poveri. Così come i figli dei quadri che, con le spalle coperte dai padri e una vita liscia e scorrevole, si dirigono verso un qualche incarico governativo. Ci sono poi i giovani laureati che hanno trovato un normale impiego in azienda o nei servizi, coloro insomma che vengono individuati come la classe media, o il “popolo delle formiche nelle umili dimore (woju yizu)”. Loro siamo anche noi, i nostri  fratelli e sorelle minori, vicini di casa, colleghi, apprendisti. Sebbene abbiano mestieri differenti e si inseriscano in strati sociali diversi, sono tutti ugualmente cresciuti nell’era delle riforme, lontano da ogni prospettiva utopica, accomunati da un comune vigore e da un sistema di valori condiviso. Questa generazione non patirà campagne contro la destra, o i tre anni della grande carestia, la Rivoluzione Culturale, o l’esser mandati al lavoro nelle campagne; e nemmeno i drammi personali nati dal sospetto o dalla rottura con i padri. Molti di loro sanno ben poco oramai della “letteratura delle ferite (shanghen wenxue)” il loro ambiente naturale sono casomai le riforme e l’apertura. In una Cina il cui cambiamento è divenuto ormai evidente la loro natura ha subito poche costrizioni e i loro ideali sono tutt’altro che incorporei. Ed è proprio l’esser cresciuti in una Cina diversa da quella in cui hanno tribolato i loro padri che fa sì che essi siano meno disposti a tollerare le ingiustizie. E’ assente, in loro, l’apatia della rassegnazione.

Quel War of internet addiction che nelle scorse settimane ha raccolto qualche milione di click in rete punta il dito contro casi eclatanti come  le “cacce all’uomo transprovinciali (省追捕)”, “l’incidente della pesca (钓鱼执法)” a Shanghai, le false foto della “tigre del sud (正龙拍虎)”,  il caso dell’incidente d’auto ad Hangzhou (70码) […]. Si ribellano contro gli abusi inaccettabili compiuti contro le menti e i corpi, abusi che vengon trattati come la regola nella società. Ciò che desiderano, in breve, è disegnare se stessi a lettere capitali, vogliono scrivere bene in grande il carattere “persona”. Il rispetto per l’umanità, l’amore per la libertà l’aspirazione alla verità e il loro senso di appartenenza li stanno conducendo dall’offuscamento alla luce. Li conducono là dove accadono quei casi eclatanti sempre più diffusi; verso il pensiero libero, il dibattito rigoroso, lentamente fino a una comprensione più piena di ciò che sta dietro agli eventi politici e sociali.

Data la loro gioventù nutrono grandi speranze verso un domani migliore e per questo si impegnano. La loro fortuna è che le porte del Paese sono già aperte, tutte le chiusure stanno cadendo una a una, nell’era inarrestabile di internet tutti i sogni possono diventare realtà.

Questa generazione di figli unici è ben lontana dall’identificarsi con la tanto coccolata beat generation. Tuttavia, anche i giovani americani che nella metà degli anni cinquanta rovesciarono il sistema di valori dominante non facevano altro che usare il dubbio unito alla certezza, la  propria naturale disposizione e le regole condivise. La loro venuta non fu una disgrazia per il futuro dell’America, anzi, essi, a modo loro, si conquistarono l’America.

Tolto il drappo si aziona il motore. Coloro che costruiranno una nuova Cina saranno proprio i giovani cresciuti dopo il periodo delle riforme. Non hanno paura a dibattere e criticarsi a vicenda in rete fin quasi ad offendersi. E’ dai punti di vista differenti che vengono i progressi, che si costruiscono fondamenta comuni. Non è la fine del mondo anche se giocano ogni giorno due tre ore ai videogiochi on line, pur sempre entro limiti ragionevoli. Finchè ci sarà un ambiente di gioco libero ed equo, fondato su regole ragionevoli, potranno imparare dall’esperienza, conoscere piccole gioie e dolori, e attraverso l’impegno individuale e la cooperazione riuscire a realizzare le piccole aspettative di ciascuno. Non è questo un processo che può contribuire a temprare il loro spirito, dar loro indipendenza, ampliare le loro prospettive, promuovere il loro processo di conoscenza? Cosa c’è di male in tutto questo?

Le virtù dei giovani sono le virtù della nazione. La loro indipendenza e libertà sono la libertà e l’indipendenza della nazione. L’aspirazione a una vita più libera, e il desiderio di modernità dei 90 milioni di lavoratori migranti della nuova generazione sembrano essere il fondale obbligato di quest’epoca. War of internet addiction, d’altro canto, appare come un lampante dichiarazione. Questi giovani nati durante l’era delle riforme e dell’apertura stanno imparando a uscire dal silenzio, le voci isolate si stanno unendo spontaneamente per formare un torrente impetuoso che dice: siamo arrivati!

Internet Button…

febbraio 1, 2010

Ieri sul blog di Li Xiaoguai..