Addestramento militare a scuola

Riciclo un pezzo che scrissi esattamente un anno fa per un giornale italiano, mai pubblicato. Sopra un breve video che ho girato in quei giorni. Eravamo a Yangzhou 扬州, Cina. D’ora in poi, giuro, solo roba fresca..

Marciano in gruppi compatti di trenta, quaranta studenti, indossando un completo mimetico dell’esercito o in alternativa una maglietta bianca su braghe militari. Sono le “matricole” della Scuola Superiore Tecnico Professionale di Yangzhou e questa è la loro prima settimana di “addestramento militare”, qui nella provincia del Jiangsu, in Cina.

Sei giorni di esercitazioni obbligatorie, dalle 7:00 del mattino alle 17:00 della sera, sotto la guida di alcuni istruttori dell’esercito regolare. Hanno tutti sedici o diciassette anni, maschi e femmine divisi in gruppi. Imparano a marciare, a fare arti marziali. Come si legge in una disposizione del 2007, firmata dall’esercito di liberazione nazionale e dal ministero dell’educazione, l’addestramento militare obbligatorio nelle scuole superiori e nelle università cinesi serve per “incrementare il senso di disciplina, organizzazione e coesione degli studenti” oltre che ad “accrescere il sentimento di attaccamento alla nazione e al valore della difesa nazionale”.

Questi ragazzi, nati dopo il 1990 sono la nuova generazione di giovani cinesi. Mentre li guardiamo esausti dissetarsi seduti sui bordi dei marciapiedi del campus, uno dei loro istruttori mi spiega: “sono tutti figli unici, abituati ad avere tutto, a stare sempre con le loro mamme; poi arrivano alle scuole superiori, lontano da casa, e non sanno nemmeno lavarsi i denti.” Wang Zhao ha da poco superato i vent’anni, ma incute rispetto nella sua divisa militare mentre scandisce il passo marciando al fianco della comitiva.

Sono le due del pomeriggio, il sole scalda ancora, anche se è la fine di ottobre. Il campus immenso – qui studiano e vivono quasi 10000 studenti – è pieno di squadre che marciano scandendo a pieni polmoni un motto che, tradotto in italiano suona: “un due tre quattro, siamo la classe xx del 2008, come noi non c’è nessuno”. Più in là, nel piazzale d’entrata, proprio sotto la bandiera nazionale, un gruppo di cinquanta ragazze si muove all’unisono gridando le mosse delle arti marziali, il wushu. Ma a guardarle bene, nelle pause, appaiono stanche e svogliate, senza nemmeno troppo timore reverenziale verso i loro istruttori. Alcune di loro hanno acconciature assai ardite. Altre sfoggiano unghie con smalti variopinti. Di tanto in tanto uno dei soldati si toglie la cintura, la piega in due e indica con fare deciso quelli che sono fuori posto. Ma non si azzarda a toccarli, né a redarguirli in maniera offensiva o umiliante. Il regolamento lo vieta categoricamente. Come mi spiega Fan Li, una ragazza di sedici anni che studia per diventare parrucchiera e acconciatrice, gli istruttori sono in realtà dei ragazzi simpatici, e dopo una settimana di addestramento finiscono per legare molto con i loro allievi. Quando la marcia si ferma e rimangono in piedi in righe ordinate, gli studenti estraggono il cellulare, scattano una foto, controllano i nuovi messaggi.

Questi adolescenti della generazione ’90 sembrano ormai difficili da indottrinare, se questo è uno degli obiettivi più o meno dichiarati dell’addestramento militare. Navigano in internet, hanno accesso a qualunque tipo di musica, film o libro come i loro coetanei in Europa o in America. Accettano la settimana di ferrea disciplina come fosse un campo scout o qualcosa di simile, senza mostrare né entusiasmo né desiderio di ribellione. Il prossimo anno sbirceranno le nuove matricole ripetere i loro stessi esercizi, così come fanno oggi i loro compagni più grandi che li scansano sulla via verso gli alloggi per studenti.

Mentre torniamo verso la mensa per la cena, Fan Li esulta per aver ottenuto il numero di cellulare del giovane istruttore della sua classe. Zhang Renman, diciassette anni, da parte sua mima come ha imparato a marciare e poi, in tono ironico, commenta: “anche io sono davvero disperato che l’addestramento finisca domani, non so proprio come farò a dormire stanotte…” e poi scoppia a ridere fragorosamente.

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