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Chiudere gli internet café?

marzo 3, 2010

Si è aperta oggi a Pechino la terza sessione dell’11° Comitato nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo cinese. I giorni che l’hanno preceduta sono stati ricchi di aspettative. Ha fatto notizia soprattutto l’iniziativa di tredici giornali cinesi che hanno lanciato un appello congiunto ai membri del CCPPC affinchè prendano in esame la possibilità di eliminare definitivamente il certificato di residenza obbligatorio per i lavoratori migranti – hukou –,  fonte di innumerevoli difficoltà e limitazioni nei servizi per le centinaia di milioni di contadini che ogni anno lasciano le campagne per cercare impiego nelle grandi città.

A parte questo, vorrei segnalare un fatto curioso che racconta oggi il Nanfang Zhoumo .

Nei giorni scorsi, Yan Qi, proprietaria della Taoranju, nota catena di ristoranti in Cina, ha lanciato una proposta che ha fatto andare su tutte le furie il “popolo della rete”: dare in gestione allo stato tutti gli internet cafè del Paese in modo da renderli maggiormente controllabili. Stando alle dichiarazioni di Yan Qi, l’idea sarebbe nata da una lettera toccante che avrebbe ricevuto da una delle tante madri disperate che denunciano la dipendenza dalla rete dei propri figli.

La voce si è sparsa per il web in poche ore. Molti internauti hanno immediatamente proposto di boicottare la catena di ristoranti gestita da Yan Qi. Alle 2 di questa notte (ora cinese) degli hacker hanno attaccato il sito di Taoranju. Nella home page è apparsa la scritta “Non adulare il grande fratello, è soltanto un’invenzione…”. Qualche ora dopo è apparsa anche un’immagine e una nuova frase che riprende lo slogan di una nota casa di cosmetici: “il grande fratello è come l’Oréal Paris: te lo meriti.



Giù le mani dal giocattolo

gennaio 27, 2010

foto by The Big Picture

Mentre il mondo discuteva di Avatar, Google China e della portata più o meno sovversiva dei loro messaggi, nella rete cinese è iniziato a diffondersi un prodotto potenzialmente molto più pericoloso. L’hanno realizzato quelli che a prima vista potrebbero sembrare un gruppo di sfaticati, malati di videogiochi on line che affollano gli internet bar di tutte le città cinesi. Si chiama War of Internet Addiction (Wangyin zhanzheng), è un film di circa 60 minuti messo in rete il 21 gennaio e realizzato interamente con il software di gioco su cui si basa World of Warcraft (WoW), il videogioco fantasy tridimensionale più celebre al mondo e più giocato in Cina. Il film si svolge tutto nel mondo virtuale di WoW ma racconta fatti tutt’altro che virtuali. Si parte dalla lotta fra i due distributori di giochi on line The9 Ltd e NetEase.com e i problemi burocratici di quest’ultima con la GAPP (Amministrazione generale della stampa e delle pubblicazioni) per la concessione della licenza ad operare. Sullo sfondo lo scontro interno fra la stessa GAPP e il Ministero della Cultura circa le sanzioni da imporre a Netease per presunte violazioni delle procedure. E poi i riferimenti ai campi di rieducazione per malati di internet e al tentativo di imporre filtri censori come la Diga Verde. Il tutto raccontato con una vena satirica e comica a tratti spietata che trova il suo culmine nell’appello conclusivo alla resistenza contro i continui tentativi di “armonizzazione” della rete cinese da parte della autorità governative. Tentativi che in questi ultimi mesi hanno creato non pochi problemi anche ai milioni di giovani patiti di videogiochi on line.

Gli stessi internauti che a malapena saprebbero scegliere i caratteri cinesi esatti per identificare il marchio Google, sembrano decisi a non farsi togliere il giocattolo dalle mani e a tenere lontani i censori dal loro mondo in 3D. Negli ultimi anni la rete cinese ha dimostrato di sapersi mobilitare dal virtuale al reale con un’energia spesso travolgente, staremo a vedere se il giocattolo verrà lasciato al suo posto.

Qui sotto il commento di un certo Ivyleo1985 dal suo blog.

[…] Nei giorni scorsi tutti parlavano di Avatar, ma oggi, dopo aver visto Wangyin zhanzheng, vorrei tanto che potesse venire mostrato nei cinema… cosa impossibile! Sono un giocatore assiduo di World of Warcraft, con una grande passione per questo gioco. Anch’io come tanti mi son dovuto trasferire su WoW Taiwan, ma alla fine sono tornato a quello cinese. Mi sono spostato seguendo delle amicizie, e sempre per amicizie me ne sono tornato dentro il Great Firewall [Grande muraglia di fuoco, ndt]. Quando andavo all’università studiavo in una zona costiera, dopo la laurea avevo poche occasioni di mettermi in contatto con gli amici, l’unico modo che avevamo per tenerci spesso in contatto era proprio il gioco e in particolare WoW. Ma siamo sfortunati, a casa dobbiamo sentire le lamentele dei genitori, in società dobbiamo stare a sentire chi ci offende dicendo che tutti i giocatori di WoW sono dei malati. Poi è venuto il lavoro, sempre meno tempo per giocare, molti che hanno abbandonato il gioco, e gradualmente è rimasto soltanto il tempo per salutarsi un attimo. Ritrovarsi tutti insieme per giocare si è fatto molto difficile. Non è rimasto che arrendersi, troppo debole la nostra forza. Certo, spesso c’erano dei buoni motivi, ma è anche vero che giocare per sentirsi accusati di essere dei perditempo lascia senza parole. Adesso non voglio stare lì a discutere chissà che, però mi rendo conto che è proprio WoW il responsabile della nostra reciproca conoscenza e amicizia. Forse non potremo giocare ai videogame tutta la vita, ma di certo potremo essere per sempre legati da uno spirito di fratellanza. Mettiamola così, chi non gioca non può capire queste cose. Non importa se in futuro giocheremo ancora a WoW, l’importante è che WoW stia in salute, perché è custode dei nostri buoni sentimenti e di ciò a cui più teniamo!


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